TRA NOTE RAFFINATE E SPETTACOLI DI QUALITÀ

Barbara Amodio
Barbara Amodio

Prolifica e di alto livello l’offerta teatrale di tango nei mesi di marzo e aprile, che ci ha fatto spaziare tra concerti e rappresentazioni: il concerto di Héctor Ulyses Passarella al Teatro Casaletto (3 marzo); lo spettacolo “Evita, Il coraggio di una donna diventata un mito” con Eleonora Cassano al Teatro Olimpico (13-18 marzo); il concerto “Natividad de Los Andes” del Dino Saluzzi Trio all’Auditorium Parco della Musica (21 marzo); lo spettacolo “Tangorosamente” con Eduardo Moyano e Cinzia Lombardi al Teatro Arcobaleno (23 marzo-1 aprile); il concerto degli Aires Tango al Teatro Parioli (2 aprile). Per quanto riguarda il concerto di Passarella e dei suoi allievi del Centro del Bandoneón, dato che il Maestro è stato molto presente sulla nostra rivista per evitare di ripeterci rimandiamo al nostro sito per la recensione completa dell’evento, che è stato come sempre una vera perla.

Concerto tutto d’ascolto Natividad de Los Andes del Dino Saluzzi Trio, ensemble dalla composizione singolare -Dino Saluzzi bandoneón, Anja Lechner violoncello e Felix Saluzzi clarinetto e sassofono-. Come delinea il titolo, i pezzi eseguiti abbracciavano la musica dell’area delle Ande da cui provengono i musicisti, “terra inospitale che non ha possibilità di diffondere la sua cultura”, area che include diversi ritmi tra cui quello del tango: non un concerto solo di tango dunque, ma un concerto anche di tango. Il risultato è un’ora di musiche di classe e colte dall’ascolto non proprio semplice e immediato, il cui arrangiamento inusuale e diverso apriva orizzonti inediti all’ascoltatore, grazie anche ai semplici, ma efficaci e suggestivi cambi di luce sul palco. Un’atmosfera “da camera” ha visto avvicendarsi ritmi diversi, dai più soavi e delicati, tipicamente andini in senso stretto, a quelli più incalzanti del tango. Dopo aver eseguito una milonga composta da Dino stesso, il frontman del gruppo -che spesso e volentieri amava abbandonarsi a considerazioni filosofiche- ha spiegato che esistono due tipi di tango: uno fatto per ballare (es. la Cumparsita) e uno più melodico e meno a ritmo, grazie ai compositori come De Caro, Joaquin Mora e altri che cercavano diversi modi di espressione del tango. Bis, una milonga.

Tangorosamente teatro, ci verrebbe da dire. Spettacolo concettuale dalla sceneggiatura complessa, pensato appositamente per il teatro, scritto, diretto e interpretato da Barbara Amodio, con la partecipazione di Barbara Eramo alla voce, Diana Tejera e Caterina Bono per la parte musicale live ed Eduardo Moyano e Cinzia Lombardi per la parte danzante. Il tango, in questa rappresentazione, è ballato poco ma è onnipresente nelle parole: non il solito spettacolo di tango dunque, dato che la vera protagonista è appunto la parola in tutte le sue declinazioni, in un fiume in piena, declamata, urlata, sussurrata… “Il tango: la mia seconda pelle” è il ritornello conclusivo di ogni scena colma di riflessioni scaturite dal tango, suoni e stimoli visivi, in cui il ballo vero e proprio è relegato a pochi, intensi lampi. Quello che ci ha colpito maggiormente della piéce è stata la ponderata e accurata attenzione data ad ogni elemento componente la messinscena:

La luce. Ogni atmosfera veniva resa in maniera sapiente e con colori sempre diversi, dai magici ed evocativi effetti del controluce, passando per il romanticismo delle luci soffuse fino a giungere all’esplosione dei momenti più concitati ed “erotici”.

La musica. Gardel, Piazzolla, Pugliese, tanghi francesi e greci… si è spaziato un po’ ovunque, con il valore aggiunto della musica dal vivo voce-chitarra-violino, che in sottofondo accompagnava i commenti di Barbara, sottolineandoli e suggerendoli.

I movimenti. Lo studio in tal senso è stato certosino: neanche il più piccolo gesto è stato lasciato al caso, contribuendo alla scena in maniera significativa.

La scenografia. Semplice ad essenziale, costituita da: una struttura da cui pendevano rose rosse che “incorniciava” il trio musicale; un paravento che delimitava l’angolo più “intimistico” della scena e su cui si muovevano i ballerini da una parte; una specchiera stile Brodway dall’altra dove per lo più agiva l’attrice; qualche sedia.

Abbiamo chiesto a Barbara Amodio, nei camerini, perché pur non ballando il tango ha fatto uno spettacolo sul tango, e lei ci ha risposto così: “Perché mi piace molto la musica, il ritmo del tango. Nei miei spettacoli ho sempre messo un tango; a un certo punto allora mi hanno chiesto: perché non fai uno spettacolo sul tango?” “Tangorosamente…ammalata.”

Javier Girotto e gli Aires Tango dopo una lunga assenza dalle scene romane si sono resi protagonisti di un concerto di gran classe. Merito di una formazione di quattro splendidi artisti con un gran senso della musica e del ritmo, che hanno trasmesso forti emozioni grazie soprattutto all’intensa interpretazione dei quattro musicisti: Javier Girotto al sax baritono, Alessandro Gwis al pianoforte, Marco Siniscalco al basso e Michele Rabbia alle percussioni, quest’ultimo che ha spiccato su tutti come mago degli effetti speciali (capace di produrre suoni sensati e calzanti anche con una semplice busta di plastica o con la sua stessa gamba!). Sentimento che ha pervaso anche i musicisti sul palco: “È sempre una certa emozione suonare con gli Aires Tango a Roma, almeno, io sento il vostro affetto: siete ancora fedeli a questo gruppo dopo 18 anni. Stiamo suonando poco, però ci stiamo divertendo lo stesso!”, ha esclamato Girotto. Il concerto: un jazz tangheggiante da ascolto dalle sonorità calde, morbide e raffinate, a tratti con scariche potenti ed energiche, per lo più con eco sudamericane, con tanto di improvvisazioni come previsto dal genere. Una decina i pezzi suonati, tra cui citiamo il brano “andino” che Girotto ha dedicato alle donne di Plaza de Mayo, “un vecchio pezzo che non facevamo da tempo”, e quello sulle Malvinas (“o Falklands”), il primo brano che il gruppo ha iniziato a suonare insieme dedicato ai tanti giovani amici di leva di Javier caduti per “l’inutile occupazione dell’Argentina delle isole finita male”, suonata non a caso esattamente nella ricorrenza dei trent’anni dal fatto: il 2 aprile 1982.

Claudia Galati

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