
Proviamo a immaginare: e se il Tango potesse parlare e raccontarsi in prima persona? Se potesse ripercorrere le proprie origini e le proprie vicessitudini lungo più di un secolo e attraverso due continenti? Questo lo spunto di partenza de: “Le interviste impossibili – El Señor Tango”, format radiofonico degli anni ‘70 trasposto in teatro, andato in scena al Teatro Tordinona
il 01 giugno 2026.
Il dialogo immaginario si svolge tra una donna (Laura De Luca), giunta in quella che crede essere una scuola di tango argentino per prendere lezioni, e l’enigmatico signore seduto al tavolino (l’interprete e doppiatore Andrea Tidona) che dovrebbe essere il maestro, ma che si rivela essere ben altro: lo “spirito” del Tango conduce i presenti in un viaggio alla scoperta di quello che apparentemente può sembrare solo un ballo, ma che in realtà è molto di più.
Quanto evocato dalla conversazione tra i due protagonisti si traduce negli intermezzi danzanti dei ballerini Simone Ripa, Bruno Picconi, Tecla De Santis e del gruppo ARA Danza.
L’intervistato illustra che la storia del Tango è una storia fatta di commistioni di generi, ritmi, culture, provenienze geografiche.
Che contiene in sé il dramma dell’emigrazione, della nostalgia della patria, dell’impossibilità del ritorno che però viene sempre vagheggiato (nel ballo, “il ritorno sembra possibile tra le braccia di uno sconosciuto”).
Che racchiude la convivenza dei nativi con stranieri di diverse origini attorno al confine naturale costituito dal Rio de la Plata (“il Tango è meticcio per definizione”), in uno stato di promiscuità che si estende anche ai generi musicali e sessuali di chi si approccia a questa lingua universale, paradossalmente espressa per mezzo di una lingua segreta, il lunfardo.
Una danza che si balla in silenzio, che vede e comprende le differenze ma le supera, nata nei postriboli ma poi diffusasi in tutti gli strati della società e oltre i confini sudamericani. Una danza che senza i suoi musicisti e i suoi poeti sarebbe rimasta confinata nei vicoli della Boca, che senza Carlos Gardel ad interpretarla non avrebbe avuto tale successo.
Che non avrebbe trovato la propria voce caratteristica se qualcuno non avesse udito il bandoneón (strumento europeo) “piangere”.
Che senza la consacrazione a Parigi non sarebbe diventata di tutti.
Ogni tempo ha in sospetto la libertà. Nel Tango i ballerini devono fidarsi l’uno dell’altro, si fuggono e si inseguono: l’intimità che viene a crearsi fra estranei, il parlare senza parlare, scandalizza. E non è un caso se, con la Guerra prima e con la dittatura dopo, le variazioni, le
improvvisazioni e l’imprevedibilità del Tango hanno influito sulla sua messa al bando: da lamento degli emigrati è diventato espressione degli esiliati e dei perseguitati.
Il Tango non appartiene a nessuna epoca, ma a tutte: ha sempre cantato il ritorno di cose che non tornano, le persone che sono scomparse, le differenze che generano punti di incontro. I sentimenti non vanno a tempo: per questo il Tango non è soltanto coreografia, così come non è e non potrà mai essere semplicemente un ballo.
Claudia Galati